BRAINSTORMING E QUESTION BURST: due metodi per trovare soluzioni

(tempo di lettura 5 min)

Chi non ha mai sentito parlare del brainstorming (tempesta di cervelli)? E tutti più o meno sanno che è una tecnica creativa dove si mettono insieme più persone (cervelli) coinvolte nella risoluzione di un problema. Praticamente più cervelli insieme ragionano meglio di uno solo.

Ma forse non tutti sanno che questa tecnica ha origini abbastanza lontane che affondano nel medioevo quando, nelle università, si stimolava la discussione tra studenti con quella che allora veniva chiamata Quaestiones disputatae. Questa tecnica fu poi ripresa intorno al 1960 da Alex Faickney Osborn, un dirigente pubblicitario.

Fondamentalmente consiste nel riunire un certo numero di persone che propongono soluzioni di qualsiasi tipo al problema da risolvere, qualsiasi tipo di soluzione, anche le più stravaganti senza commentarle o criticarle. Solo successivamente le proposte vengono realmente discusse e valutate e sviluppate in un programma di lavoro.

La domanda più ovvia che possiamo farci sul brainstorming è: funziona? E se funziona, perché funziona? Fondamentalmente può funzionare, non tanto per merito della prima fase (la tempesta di idee) ma quanto per la seconda, quando si vanno realmente a discutere e a valutare le probabili soluzioni derivate dalla prima fase, perché si sa che discutere fa sì che la creatività venga fuori e si valutino soluzioni che a prima vista potrebbero sembrare stupide e che invece a volte possono essere risolutive. L’efficacia però è vincolata ad alcuni fattori che sono molto soggettivi e dipendono dalla personalità dei partecipanti alla riunione. Per ottenere risultati veramente creativi i partecipanti dovrebbero mettere da parte tutti i preconcetti e non sentirsi giudicati se propongono idee che potrebbero sembrare stupide. Sembra un piccolo problema ma è molto importante perché siamo sempre stati abituati, soprattutto nelle aziende, a dare risposte e soluzioni che siano intelligenti. Infatti quando pensiamo di proporre qualcosa che gli altri potrebbero ritenere stupida, normalmente evitiamo di parlare. Ovviamente questo stronca quella che potrebbe essere la vena creativa dell’individuo e del gruppo in cui interagisce.

Ci potrebbe essere un altro problema, e neanche piccolo. Sembra che, dagli studi effettuati da Michael Diehl e Wolfgang Stroebe, sia venuto fuori che il brainstorming di gruppo produca meno idee rispetto agli individui che lavorano singolarmente. Anche se, successivamente, questa asserzione è stata messa in discussione dagli studi di Scott G. Isaksen. A mio parere, dato il numero limitato dei casi presi in esame, non si può dire che entrambi gli studi siano rispondenti alla realtà.

Ma facciamo un salto temporale e trasferiamoci ai giorni nostri quando, da qualche anno, si sta facendo strada un altro metodo che molti ritengono molto più creativo, anche se l’efficacia potrebbe soffrire degli stessi problemi riscontarti nel brainstorming. Vediamo di cosa si tratta.

Si chiama question burst. Letteralmente “esplosione di domande”. In cosa consiste questo metodo ideato da Hal Gregersen (esperto mondiale di innovative leadership)? Come spiega Gregersen, nelle domande c’è la risposta cioè le domande creano le intuizioni giuste. quelle che Gregersen chiama “domande catalitiche”. 

Il meccanismo è simile a quello del brainstorming, solo che in questo caso i partecipanti, anziché proporre soluzioni e dare risposte propongono domande. Anche in questo caso non vanno commentate o discusse ma solo annotate. Qualsiasi tipo di domanda va bene, anche quella che potrebbe sembrare meno attinente al problema da risolvere. E anche in questo caso vanno discusse dopo. Per creare una domanda “catalitica”, cioè quella che rompe uno schema e crea intuizioni cruciali, Gregersen propone un metodo in tre punti.

PREPARA IL PALCO: scegli un problema o una sfida, invita alcune persone (idealmente persone che non hanno esperienza diretta con il problema o che abbiano una visione delle cose diversa dalla tua) a valutare il problema da nuove angolazioni. In due minuti spiega e condividi il problema con loro.

RACCOGLI LE DOMANDE: in 4 minuti raccogli il maggior numero di domande. In questo caso non è importante la qualità ma solo la quantità delle domande (circa 15/20). Le regole sono: non rispondere alle domande e non spiegare il perché delle domande.

IDENTIFICA UNA RICERCA E IMPEGNATI A SVILUPPARLA: studia le domande e seleziona quelle catalitiche cioè quelle che hanno il maggior potenziale per rompere lo status quo. Impegnati ad intraprendere un nuovo percorso intravisto e cerca le risposte migliori.

Fare domande fa venire a galla l’anima del principiante e guarda caso il comportamento dei bambini è proprio fare domande e solo così riescono ad ottenere le risposte. Le Aziende più importanti stanno adottando questo principio e stanno ottenendo grandi risultati ma non bisogna pensare che questo metodo sia applicabile solo nel business. Il question burst si può utilizzare lì dove dobbiamo risolvere un problema, quindi anche a livello familiare, sociale, di studio, di relazioni e altro. Veramente da non sottovalutare il potere delle domande.

Abbiamo sempre pensato che è giusto dare risposte esatte, invece da un po’ di tempo a questa parte stiamo capendo che è più giusto fare domande perché è dalla domanda che viene la risposta giusta. E termino lasciandovi con una citazione di Einstein che si trova nella copertina posteriore dell’ultimo libro di Hal Gregersen (Nelle domande c’è la risposta – edito da Feltrinelli).

“Se avessi solo un’ora per risolvere un problema e la mia vita dipendesse dalla soluzione, passerei i primi cinquantacinque minuti a definire la domanda appropriata da pormi perché, una volta chiarita la domanda, potrei risolvere il problema in cinque minuti.

Albert Einstein

C.D.

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