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AMAZON UCCIDERA’ I PICCOLI COMMERCIANTI?

(tempo di lettura 7 min)

Ultimamente sui social tra migliaia di post che parlano di coronavirus, mascherine, del governo, del presidente Conte, di DPCM, di vaccini e altro, vedo con sincera curiosità anche post che dicono di non comprare su Amazon, perché così facendo si distrugge il piccolo commercio sul territorio e la piccola e media imprenditoria. Un po’ come, all’inizio del lockdown di marzo, in Italia, si vedevano post che scoraggiavano a comprare prodotti tedeschi e francesi o fare viaggi in questi paesi perché eravamo stati danneggiati dalla comunità europea rispetto a tutti gli altri stati membri.  

Sono due esempi che scaturiscono da situazioni sicuramente differenti ma danno l’idea di quello che è lo stato d’animo di chi scrive sui social. C’è un comune denominatore in questi post e secondo me è il rigetto e la negazione a trovare alternative valide a situazioni critiche che il popolo italiano sta vivendo, tralasciando quella che può essere una più approfondita analisi conoscitiva delle cause che le hanno prodotte. Ora non voglio entrare nel merito delle motivazioni di questi post ma vorrei andare più a fondo per quel che riguarda proprio le conseguenze che questi grandi gruppi come Amazon, eBay e altri possono avere sul nostro tessuto commerciale nazionale.

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Prendo ad esempio un ultimo post che ho letto che dice di non comprare da Amazon perché si danneggiano i piccoli commercianti. Qual è il criterio per cui si affermano certe cose? Partiamo da un presupposto: dire non comprate da Amazon (o qualsiasi azienda di questo tipo) è una soluzione semplicistica almeno nell’esposizione a un problema molto complesso e articolato. Il problema in questione è la crisi che da un bel po’ di anni sta vivendo il nostro commercio.

pagamenti digitali

Guardando le statistiche italiane di questo periodo (fonte: elaborazione Federdistribuzione su dati aziende associate), si vede subito che durante le settimane della clausura sanitaria, l’uso della moneta elettronica da parte degli italiani ha fatto un salto in avanti paragonabile a quello registrato negli otto anni che vanno dal 2011 al 2019. Nei giorni di massima emergenza sanitaria, la percentuale di spesa pagata con carte di credito, debito o fedeltà è passata dal 57% del dato medio 2019 al 68%. Un balzo di 11 punti, gli acquisti su internet, quindi i pagamenti elettronici sono passati dal 49% del 2019 prima del lockdown al 71% durante il lockdown per poi abbassarsi al 66% dopo il lockdown.

Cosa si evince da questo schema? Che anche dopo il lockdown molte persone hanno continuato ad acquistare su internet (66% dopo, rispetto al 49% prima del lockdown). Perché questo incremento anche in situazioni normali? Cosa può determinare un così radicale cambio di tendenza? Le persone che non avevano mai acquistato online e che per necessità lo hanno fatto costrette dalla situazione, hanno scoperto un nuovo mondo. Hanno trovato vantaggi che prima non sapevano esistessero. Alcuni pensano che questo incremento di acquisti online significherà la chiusura di molte attività sul territorio, quelle che per ovvi motivi non possono competere con colossi come Amazon.

Ma questi motivi sono proprio così ovvi?

Facciamo un salto indietro di qualche decennio quando si diceva che i grandi gruppi che avevano dato vita a catene di ipermercati, avrebbero ucciso il piccolo commercio. Oggi a distanza di anni, nonostante molte attività sul territorio abbiano chiuso, possiamo dire che molte altre hanno continuato ad andare avanti.

Ma allora quali sono le attività che in Italia hanno chiuso? E perché?

In sostanza, e questo lo sappiamo tutti, gli esercenti hanno sempre lamentato una opprimente pressione fiscale e nessuna agevolazione per quanto riguarda l’assunzione di dipendenti, questo ha fatto sì che si riducessero sempre di più gli utili fino al punto da costringere alla chiusura. Stando a questa teoria, dato che la pressione fiscale la subivano tutti, avrebbero dovuto chiudere tutte le attività commerciali. Invece non è stato così.

Siamo in situazione di libera concorrenza e personalmente non me la sento di contestare ad aziende come Amazon, E-bay e altre di esistere, anche se posso non essere d’accordo su alcune loro politiche commerciali. Sono aziende che hanno sviluppato idee e le hanno messe in pratica ottenendo il massimo dei benefici. Quindi aziende che non si fermano, che sono sempre alla ricerca di nuovi metodi per progredire e affermarsi sempre di più nel tessuto commerciale. E questo va bene come base. E qui ritorna la domanda: perché molte attività sul territorio hanno chiuso?

O forse sarebbe più giusto chiedersi perché molte altre non hanno chiuso?

A questo punto devo ripetere una frase che ho scritto in altri precedenti articoli riguardanti le opzioni di scelta che ognuno di noi ha in relazione al mondo digitale: non si può più dire, “HO FATTO SEMPRE COSI’ E CONTINUERO’ A FARE COSI’”. Le attività che non hanno chiuso sono quelle che hanno capito che il commercio non è un’attività statica ma necessita di evoluzione continua. I tempi oggi sono più veloci e bisogna adeguarsi a questa velocità, bisogna trovare nuove soluzioni, studiare, investire, prendere esempio da chi ha fatto meglio. Ci sono imprenditori che hanno deciso di ampliare la loro attività sfruttando anche internet e non solo i negozi sul territorio. Quindi hanno valutato e hanno investito per conquistare nuovi mercati che altrimenti non sarebbero stati a loro accessibili. Questa è una soluzione ma c’è chi si è specializzato nei prodotti indirizzandosi alle esigenze di nicchie di mercato. Oppure chi si è associato in grandi gruppi (vedi CONAD) dove le piccole attività sono produttive e hanno conservato la loro individualità territoriale. Hanno fatto qualcosa, hanno cercato alternative e hanno deciso di non subire passivamente le oppressioni fiscali e la concorrenza delle grandi aziende, hanno deciso di non nascondere la testa sotto la sabbia e di non sperare in un improbabile aiuto dello Stato.

. La loro battaglia è quella di diventare più bravi e più competitivi e non di pretendere che altri chiudano solo perché più forti. Questi gruppi come Amazon non sono nati forti e grandi, lo sono diventati; e oggi danno lavoro a tantissime persone. Certo qualcuno potrà dire che i dipendenti di queste aziende sono sfruttati, va bene, ma questo problema oggi è presente in tanti altri contesti. Amazon oggi offre collaborazioni anche a piccole aziende e ha inserito il settore dell’artigianato locale, quindi potrebbe dare respiro anche ai piccoli artigiani ampliando la loro clientela oltre il loro territorio di residenza. Quindi una serie di opportunità. Dicono che Amazon non paghi le giuste tasse. Può essere, ma questo, individualmente, è al di fuori del nostro controllo, se ne occuperanno gli organi preposti a farlo. Che ci piaccia o no, questa è la libera concorrenza. Purtroppo oggi è di moda demonizzare chi è riuscito ad andare oltre le aspettative degli altri. Sembra quasi che molti pensino che queste grandi aziende possano decidere della nostra vita. Oggi abbiamo la facoltà (DPCM permettendo) di andare a cena in un ristorante con la famiglia o con amici (da Amazon questo non si può comprare), oppure andare dal nostro parrucchiere di fiducia (anche questo non si può comprare da Amazon), o andare a prendere un caffè al nostro bar preferito, oppure andare a fare spesa alla piccola bottega sotto casa per scambiare due parole con il titolare.

Queste grandi aziende non sono nate per mettere in pericolo il tessuto commerciale della nostra società, sono un’evoluzione dei tempi e a combatterle contestandole per principio si rischia di emulare le imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Vediamole invece come uno stimolo a fare di più, vediamole come la dimostrazione che si può comunque andare oltre.

Quindi Amazon ucciderà il nostro commercio?

Non sta a me dirlo, ma è il momento di capire che il nostro focus non deve essere guardare l’esterno come qualcosa di pericoloso ma guardarlo per capire come crescere e migliorare.

C.D.

2 commenti su “AMAZON UCCIDERA’ I PICCOLI COMMERCIANTI?”

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