2020 digitalizzazione

ANNO 2020. IL MITO DELLA DIGITALIZZAZIONE (FORZATA)

(tempo di lettura 5 min)

Per come stava andando prima del 2020, la digitalizzazione si sviluppava e cresceva in base al contesto sociale. Tralasciando le differenze tra i vari stati, possiamo dire che in Italia il progresso digitale andava di pari passo con la media delle competenze informatiche delle persone, quindi una crescita lenta rispetto alle altre nazioni ma conforme alla tipologia delle nostre abilità digitali. Come tutti sappiamo, nel 2020, a causa del virus, siamo stati costretti e incentivati ad accelerare il processo di digitalizzazione. A detta di molti un passo necessario da fare e che avrebbe dato enormi vantaggi.

È PROPRIO COSI’?

Analizziamo per settori. La scuola: Secondo il neuroscienziato Michel Desmurgeti giovani hanno difficoltà di apprendimento, hanno difficoltà nel dominare le competenze informatiche più rudimentali: impostare la sicurezza dei dispositivi; utilizzare programmi classici da ufficio; tagliare file video; scrivere un programma semplice (qualunque sia il linguaggio usato); configurare un software di backup; i dati evidenziano sempre una maggiore difficoltà nell’analisi, nell’elaborazione, nella sintesi dei testi e delle informazioni che ricevono, i nostri “nativi digitali” sono forse bravi a saltellare tra Facebook e Twitter mentre  

nel frattempo caricano un selfie su Instagram e inviano un messaggio. Ma quando si tratta di valutare le informazioni che circolano attraverso i canali dei social media, è buio totale…”

Infobesity

E di contro subiscono una situazione di “infobesity” (sovraccarico cognitivo causato dall’abnorme mole di informazioni). Tutti gli studi mostrano un grave peggioramento delle abilità cognitive dei giovani, dalla lingua parlata alla capacità di attenzione passando per le conoscenze culturali e quelle di base. Quindi la didattica oggi dovrebbe essere orientata ad una rieducazione dello studio e dello strumento digitale applicato allo studio e invece soprattutto in questo periodo i giovani vengono catapultati in un sistema da utilizzare senza cognizione ed equilibrio. Eppure nonostante questi problemi di gestione degli studi a livello digitale si continua a spingere i giovani a laurearsi. Perché? Il motivo è semplice anche se per molti non è evidente:

Uno studente costa meno di un disoccupato ed è socialmente più accettabile.

Quindi se prima, con la didattica in presenza c’erano dei problemi, oggi con la didattica a distanza e con l’uso del digitale i problemi si sono moltiplicati. Se poi aggiungiamo che la digitalizzazione ha spersonalizzato il rapporto studente/insegnante e studente/studente, capiamo che viene a mancare tutto quel substrato di rapporti socialmente validi, per il confronto e per la crescita individuale che avrebbero completato la costruzione della personalità didattica e sociale degli studenti.

Un raffreddamento, quindi, dell’interazione tra individui. Viene a mancare così una componente fondamentale per la crescita, quello che permette allo studente di evolversi in adulto consapevole all’interno della nostra società.

Andiamo al di fuori dell’ambito scolastico e vediamo l’aspetto sociale. La digitalizzazione sarebbe sicuramente un vantaggio per tutti se fosse a dimensione di tutti. Inevitabilmente si evidenzierà (e già si evidenzia) il divario tra chi mastica già abbastanza bene il digitale e chi ha giusto le poche nozioni per collegarsi ai social. Le persone preparate grazie a conoscenze di base già evolute potranno andare ancora più avanti, invece chi ha poche nozioni, nella maggior parte dei casi, non riuscirà a stare al passo con la mole di dati e informazioni che deve digerire per sviluppare una coscienza e una conoscenza informatica adeguata al periodo che stiamo vivendo. Oggi, in situazione di covid, la digitalizzazione ha subìto un’accelerazione importante.

Insomma, chi era già preparato andrà sempre più avanti, chi invece non lo era molto probabilmente regredirà non riuscendo a stare al passo con gli sviluppi. Un po’ come i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. Quindi un grande divario che potrebbe creare scompensi. Perché? Perché la digitalizzazione diventa un problema di comunicazione, non tutti parlerebbero la stessa lingua. E c’è anche un motivo strettamente sociale. Lo Stato, la scuola e gli altri enti non hanno mai stimolato i cittadini a sviluppare una personalità aperta alle novità, una curiosità che avrebbe potuto rendere le persone più aperte anche a rischiare nuovi orizzonti lavorativi e di conoscenze. Ecco che per molti, essere digitali significa riuscire ad interagire solo sui social, tralasciando quello che invece il digitale offre di alternativo e di valido.

Dall’aspetto sociale a quello economico il passo è breve. A causa della situazione che si è venuta a creare, soprattutto in Italia, molte attività sono state costrette a chiudere. È un periodo che ha preso un po’ tutti gli esercenti alla sprovvista e quelli che sono riusciti ad andare avanti sono quelli che, trattando generi di prima necessità, hanno avuto modo di lavorare ininterrottamente. Altre attività, invece, hanno sfruttato il digitale riuscendo a proporre i loro prodotti e servizi sul web addirittura ampliando la loro potenziale clientela. Ma ci sono attività improponibili sul web.

Un bar, un ristorante, un cinema, una palestra possono utilizzare il web per pubblicizzarsi e ottenere più clienti ma non per vendere il loro prodotto o il loro servizio su internet o meglio, alcune attività lo possono fare con la consegna a domicilio (sempre se ne valesse la pena) ma sempre nei limiti della propria zona. Quindi in questi casi tutto dipende dai limiti di apertura che pone il governo. Ma a volte dipende anche dai limiti che alcune attività si sono sempre imposte, come non utilizzare internet perché non l’hanno mai fatto. Anche questo crea uno scompenso. Le aziende che hanno sempre lavorato con internet hanno avuto un incremento di fatturato enorme in questo periodo di emergenza sanitaria. Erano già pronte, la loro difficoltà è stata solo quella di soddisfare la crescente domanda, una volta soddisfatta la domanda i loro fatturati sono aumentati in modo iperbolico e continuano ad aumentare (vedi Amazon, eBay, ecc).

Tra l’altro, a livello economico, si può affermare che a causa della crescente domanda di competenze digitali si avrà sempre più difficoltà a soddisfare i requisiti professionali (il cosiddetto “mismatch” o sbilanciamento economico in questo caso) e a stare al passo con gli sviluppi tecnologici. Ciò comporterà delle conseguenze per l’economia. Inoltre le scarse competenze digitali comportano un maggiore rischio di periodi di disoccupazione e un inserimento più difficile nel mercato del lavoro.

Questo è quello che a mio parere stiamo vivendo in Italia ma se ci rapportiamo alle altre nazioni il divario aumenta. Il problema è mondiale, non è solo italiano ma negli ultimi anni abbiamo perso terreno nei confronti degli altri paesi. Insomma siamo entrati in questa crisi “sanitaria” già svantaggiati e rischiamo di uscirne peggio.

A questo punto, anche se in questo periodo riuscissimo a trovare una giusta soluzione digitale per la scuola, per la società e per l’economia, una soluzione che riuscisse a risolvere il problema dell’istruzione, che annullasse i divari sociali ed economici (ipotesi molto improbabile) mancherebbe l’elemento che ci ha sempre contraddistinti come esseri umani. La necessità di interagire direttamente e strettamente con i nostri simili, come abbiamo sempre fatto.

Molti dicono che non sarà più come prima. Può darsi. E allora forse tutti dovremmo chiederci se non valga la pena prendersi qualche rischio in più riappropriandoci di quello che questo virus ci ha tolto, oppure accontentarci di vivere a metà!

C.D.

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